28/01/2012
Olocausto Napolitano
by Vincenzo Russo
È il 27 gennaio e tutti i wanna-be democratici d’Italia si apprestano, puntuali come sempre nel dimostrare la loro presunta grandezza morale, a commemorare il Giorno della Memoria, una ricorrenza istituita con tanto di legge dal Parlamento italiano «che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazifascismo». Giustissimo, per carità.1
Tuttavia voglio andare a toccare un argomento che purtroppo la maggioranza dei cittadini di questo paese ancora ignora. Infatti, le istituzioni di questo paese, prima ancora della pur doverosa commemorazione delle vittime del nazifascismo, dovrebbe occuparsi di ristabilire dignità e rispetto, e perché no, anche un po’ di verità: ricordare allo Stato tutto che se esso esiste è grazie anche all’Olocausto Napoletano.2
Lapide commemorativa in onore delle vittime napolitane posta all’interno del Forte di Fenestrelle (Torino)
«Olocausto Napoletano» non è un’espressione riconosciuta ufficialmente, ma dati la definizione antonomastica di «olocausto» e i dati che sto per citarvi, l’accostamento spiega in due parole quello che invece io dovrò spiegarvi usandone qualcuna in più, ma che vi anticipo con una triade scioccante: un milione di morti, deportazioni, leggi razziali. Tutto a danno di quelli che oggi chiamiamo meridionali.
Premessa
Correva l’anno 1860 e a quei tempi con il termine napolitano si indicavano gli abitanti e il territorio della parte continentale del Regno delle Due Sicilie. A seguito di quella che molti di voi conoscono come «liberazione»,3 ma che in realtà fu invasione, scoppiò il fenomeno oggi conosciuto come brigantaggio, che per lungo tempo interessò soprattutto la parte continentale delle Due Sicilie.
Questa non è la sede per i dettagli, quindi vi dirò seccamente: i briganti non erano, per la maggior parte, realmente tali. Per citare la famosissima frase di Gramsci: «Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d’infamare col marchio di briganti».4
Erano in pratica dei partigiani in difesa della indipendenza della propria terra. Tra le loro fila, oltre ai contadini, si unirono numerosi soldati dell’esercito borbonico ormai sciolto dopol’ultima resistenza a Gaeta.
Un milione di morti
Sebbene le stime ufficiali non si siano volute spingere oltre i 250.000 morti, Antonio Ciano, nel suo libro «I Savoia e il massacro del Sud», parla di un milione di morti uccisi,5cifranon inverosimile dal momento che il corpo di occupazione piemontese, «che disponeva ormai di tutta la forza d’Italia» (cit. Francesco II), compresa la guardia nazionale di trista memoria, assommava, nel 1865, anno del massimo sforzo contro la resistenza meridionale, a mezzo milione di uomini. «Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, dè carcerati dal Piemonte, per soggiogare il Regno di Napoli, senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti del plebiscito, strappati con la punta del pugnale e colle minacce del moschetto…» riferisce La Civiltà Cattolica (Serie IV, Vol. XI, 1861, pag. 618). Come dire che i morti, nel mese di agosto del 1861, superavano già di gran lunga il milione trecentomila.6
L’azione piemontese era talmente scandalosa e cruenta che persino Massimo d’Azeglio, il quale ebbe già a scrivere, in una lettera privata, che «unirsi ai Napoletani è come giacere con un lebbroso», fu costretto a dichiarare pubblicamente «[...] so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni [per tenere il Regno] e di là si [...] si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti [...] Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate».7
Gli eccidi
Un pensiero particolare a tutti quei paesi che l’occupazione piemontese ha spazzato via dalle carte geografiche o, quando non c’è riuscita, ha ridimensionato considerevolmente. Simbolo di questi avvenimenti è il massacro di Pontelandolfo e Casalduni.8 «Di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga pietra su pietra» ordinò Cialdini a Negri.9 A operazione compiuta quest’ultimo rispose: «Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora».10 «Chi usciva di casa veniva colpito con le baionette, chi scappava veniva preso a fucilate. Furono tre ore di fuoco, dalle case venivano portate fuori le cose migliori, i bersaglieri ne riempivano gli zaini, il fuoco crepitava»11 [...] «Non si poteva stare intorno per il gran calore. E quale rumore facevano quei poveri diavoli che per sorte avevano da morire abbrustoliti sotto le rovine delle case. Noi, invece, durante l’incendio, avevamo di tutto: pollastri, vino, formaggio e pane».12
Il Lager di Torino
Il Forte di Fenestrelle fu usato dai Savoia per deportare soldati borbonici.13 Le stime ufficiali arrivano a 24.000 soldati deportati (per alcuni dei quali, pochi invero, oggi conosciamo i nomi e l’età), lasciati morire di fame e di freddo, e i cui corpi furono sciolti nella calce viva collocata in una grande vasca, ancora oggi visibile, situata nel retro della chiesa all’ingresso del forte. All’interno del forte ancora oggi si legge la frase: «Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce». La stessa frase si ritroverà anni dopo ad Auschwitz.14
Altri tentativi di deportazione
«Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio». Intenzioni e progetto portano la firma di un presidente del consiglio italiano: Luigi Federico Menabrea. Siamo nel 1868.15 Si provò ripetutamente a chiedere un’area di deportazione a diversi governi, come quello inglese e quello argentino. Tutti i tentativi fallirono, perché nessuno riuscì a trovare il modo di giustificare una aberrazione simile.
Leggi razziali
La Legge Pica, varata nel 1863 e prorogata più volte, autorizzava difatti lo stato d’assedio nelle regioni meridionali della penisola e successivamente anche nella Sicilia. Ciò, unito alle teorie di antropologia criminale di Cesare Lombroso, secondo le quali era, in pratica, possibile decretare che una persona fosse un brigante o un criminale in base alle sue fattezze, causò una pulizia etnica di fatto.
Oggi, in nome di Cesare Lombroso, troviamo un museo di antropologia criminale,16 guarda caso a Torino. Questo museo è in pratica una fossa comune legalizzata ed esposta al pubblico, in quanto raccoglie tutti i crani dei sedicenti briganti su cui Lombroso portava avanti i suoi studi. Ricordiamo a tal proposito che «in alcuni casi sono state tagliate le teste dei briganti uccisi per facilitarne il riconoscimento. Potendo i malevoli elevare dubbi calunniosi, si vieta questa pratica…» Successivamente si spiega che la pratica era diffusa per la comodità di trasportare le teste piuttosto che tutti i corpi dei briganti uccisi.17
Esodo
Intorno al 1871, dopo più di dieci anni di repressione, il fenomeno del “brigantaggio” iniziò a scemare e fu l’inizio di una nuova piaga, ancora oggi aperta: l’emigrazione. È bene sapere che, fino a quel tempo, mai le terre del fu Regno delle Due Sicilie avevano conosciuto il fenomeno dell’emigrazione di massa. Piuttosto, questo fenomeno era molto diffuso nel nord della penisola. Ma dopo dieci di anni di repressione, di chiusura di fabbriche, di distruzione di terre,18 di spoliazione di risorse e denari dalle banche,19 non era rimasto nient’altro alla gente che fuggire via.
Come se non bastasse il danno fino allora arrecato, arrivò anche la beffa: la tassa sull’emigrazione oltreoceano, quasi esclusivamente meridionale. Con i soldi di questa tassa venne poi costituito un fondo per rimborsare il biglietto agli italiani che emigravano in Europa (e solo a loro), stavolta per quattro quinti settentrionali.
Commemorazione
In segno di commemorazione, mi piacerebbe lasciarvi con le parole commoventi dell’epilogo del film di Pasquale Squitieri «Li chiamarono…briganti!» interpretato da una sublime Lina Sastri.
- 1 Tuttavia mi chiedo perché si ignorano bellamente le vittime dei campi di concentramento in Russia, Inghilterra, Stati Uniti, Cina.
- 2 E Siciliano; che tuttavia non tratterò in questo articolo, per ragioni di spazio e per evitare dispersività nella lettura. Se interessati, vi invito alla ricerca, magari partendo dalla Strage di Bronte.
- 3 Non c’era niente dal liberare. Il Regno delle Due Sicilie non era assolutamente sotto controllo straniero. I Borbone Due Sicilie erano una casata Napoletana fondata da Carlo di Borbone, figlio di Filippo V di Spagna e Elisabetta Farnese di Parma (ricordiamo le parole di quest’ultima quando scrisse al figlio: «La più bella corona d’Italia» – chiaro il significato). I quattro regnanti discendenti di Carlo erano duosiciliani di nascita e il Regno è sempre stato uno stato sovrano e indipendente, non una colonia spagnola come si racconta nei libri. Il periodo coloniale spagnolo terminò, infatti, con l’avvento dei Borbone.
- 4 In «L’Ordine Nuovo», 1920.
- 5 Su circa 9 milioni di abitanti, in totale, delle Due Sicilie. L’11% della popolazione sterminato.Un genocidio.
- 6 Infatti i risultati del cosiddetto plebiscito, truccati ed estorti con i moschetti alla gola, risultarono essere: 1.302.064 Sì contro 10.312 No. La menzogna di tali numeri è scolpita, per chi avesse ancora qualche dubbio in proposito, nella lettera da Napoli a Ruggero Bonghi n. 3298 datata 20 marzo 1861 del Carteggio di Cavour, La Liberazione del Mezzogiorno, vol. IV pag. 398, Zanichelli: “…Ieri è stato il giorno più solenne per dimostrare lo scontento di tutto il popolo. Il 14 fu la festa del Re, non lumi, non feste, non un evviva…il 18, proclamazione del Regno d’Italia, silenzio di morte…” – via tradizione.biz
- 7 F.M. Agnoli, L’epoca delle rivoluzioni, Il Cerchio, 1999 – via Il Portale del Sud.
- 8 Vedere anche i documenti raccolti su pontelandolfonews.com.
- 9 Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Napoli, Guida, 2000.
- 10 Gigi Di Fiore, I vinti del Risorgimento, Torino, UTET, 2004
- 11 Giovanni De Matteo, op. cit.
- 12 Dal diario del soldato piemontese Carlo Margolfi, come citato in «Indietro Savoia!» di Lorenzo del Boca, p. 232.
- 13 Non fu, comunque, l’unico: altri anche a S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.
- 14 Cit. Pino Aprile in quest’intervista.
- 15 Rapahel Zanotti, La Guantanamo dei Piemontesi, LaStampa.it, 12 Ottobre 2009.
- 16 Il comitato No Lombroso è da tempo attivo nella lotta contro questo museo, per restituire dignità ai patrioti delle Due Sicilie.
- 17 Busta 60, fascicolo 19, Ufficio (Archivio) Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Ministero della Difesa, Roma – Circolare del Comando del VI Dipartimento Militare, 11 maggio 1864 – via Gennaro De Crescenzo.
- 18 Molti boschi vennero distrutti anche più tardi del 1871, ancora con la scusa di stanare briganti, ma con il vero obiettivo di danneggiare le terre e di conseguenza l’economia rurale.
- 19 Con la famosa legge del 1° maggio 1866 sul corso forzoso, la moneta del Banco di Napoli poteva essere convertita con l’oro dei depositi della banca meridionale, mentre si dichiarava “inconvertibile” la moneta emessa dalla Banca nazionale. L’oro piemontese veniva messo in salvo, mentre quello custodito al Sud fu sostituito da monete di carta straccia, deprezzate dalla continua inflazione.
08:58
Scritto da: tonyan1
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25/01/2012
IL RISORGIMENTO VISTO DA UN’IRLANDESE
Patrick Keyes O’Clery, irlandese, aveva 18 anni quando nel 1867 si arruolò tra gli Zuavi per difendere il Papa: partecipò alla battaglia di Mentana dall’altra parte, ossia contro i garibaldini.
A 21 anni, nel 1870, è nel selvaggio West americano a caccia di bisonti. Ma, appreso che l’esercito italiano si prepara a invadere lo Stato Pontificio, torna a precipizio: il 17 settembre ‘70 è a Roma di nuovo. E’ filtrato tra le linee italiane con due compagni, un nobile inglese e un certo Tracy, futuro deputato del Congresso Usa. In tempo per partecipare, contro i Bersaglieri, ai fatti di Porta Pia.
Tornato in Inghilterra ed eletto parlamentare, si batterà per l’autonomia dell’lrlanda. Nel 1880 abbandona la politica per dedicarsi all’avvocatura. Morirà nel 1913, avendo lasciato due volumi sulla storia dell’unificazione italiana.
L’opera, che le edizioni Ares di Milano manderanno in libreria alla fine di agosto (Patrick K. O’Clery, La Rivoluzione Italiana. Come fu fatta l’unità della nazione). Opera stupefacente degna del suo avventuroso autore, dovrebbe essere letta nelle scuole italiane: e non solo come esempio di revisionismo storico precoce e antidoto alla mitologia del Risorgimento. Vedere l’Italia con l’occhio di uno straniero di cultura anglosassone – allora il centro culturale e politico del mondo – risulterà salutare.
A proposito del brigantaggio del Sud, stroncato in anni spietati dal Regno d’Italia, O’Clery riporta voci di dibattiti parlamentari a Torino. Il deputato Ferrari, liberale, che nel novembre 1862 grida in aula:
“Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. —- E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti” (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 13 agosto 1861).
O’Clery riferisce i dubbi di Massimo D’Azeglio (non certo un reazionario) che nel 1861 si domanda come mai ”al sud del Tronto” sono necessari “sessanta battaglioni e sembra non bastino”:
“Deve esserci stato qualche errore; e bisogna cangiare atti e principii e sapere dai Napoletani, una volta per tutte, se ci vogliono o no… agli Italiani che, rimanendo italiani, non volessero unirsi a noi, credo non abbiamo diritto di dare delle archibugiate”.
Persino Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel ‘63 proclamò in Parlamento:
“Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue”.
O’Clery non manca di registrare giudizi internazionali sulla repressione. Disraeli, alla Camera dei Comuni, nel 1863:
“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti”.
Q’Clery fornisce alcune cifre. Tra il maggio 1861 e il febbraio 1863, l’esercito italiano ha catturato “con le armi” e perciò fucilato 1038 rivoltosi; ne ha uccisi in combattimento 2.413; presi prigionieri 2.768.
Inoltre; “Secondo Bonham, console inglese a Napoli, sistematicamente favorevole ai piemontesi, c’erano almeno 20 mila prigionieri politici nelle carceri napoletane”, ma secondo altre stime 80 mila. I più – indovinate – in attesa di giudizio, o addirittura del primo interrogatorio, “senza sapere di cosa fossero accusati“, in celle sovraffollate: testimonianza di Lord Henry Lennox, un turista di rango che nel 1863 visitò appunto le prigioni di Napoli.
Altro esempio: la politica finanziaria del neonato Regno d’Italia. Non vi stupirà sapere che l’Italia anche allora covava un deficit mostruoso.
O’Clery fornisce dati precisi di bilancio. Ma basterà un suo dato: il deficit del Regno nel 1866 fu di 800 milioni di lire, “Cifra pari alla metà delle entrate della Gran Bretagna e Irlanda”, ossia del Paese allora più ricco d’Europa. Deficit coperto da “prestiti e ipoteche sui beni nazionali, vendita di beni demaniali e istituzione di monopoli”, ovviamente coperti da stranieri, prodromo e causa della durevole dipendenza italiana da interessi finanziari estranei.
“Altra grande risorsa fu la rapina ai danni della Chiesa“, la confisca dei beni e degli ordini religiosi, “che nel solo 1867 fruttò 600 milioni”.
La condizione della Chiesa nel Regno viene così riassunta dal nostro irlandese:
“Esilio e arresto di vescovi; proibizione di pubblicare le encicliche papali; detenzione di preti e sorveglianza della loro predicazione; soppressione di capitoli e benefici e incameramento dei beni; chiusura di seminari; leva obbligatoria per i seminaristi; rimozione delle immagini religiose sulle vie e divieto di processioni”.
Se il lettore d’oggi troverà in questo riassunto qualche tratto anacronisticamente sovietico, non è tutto. Leggendo O’Clery, finirà per chiedersi se i cronici mali italiani che siamo abituati a considerare “retaggi borbonici” (ottusità amministrativa, inefficienza e improvvisazione, centralismo autoritario) o persino “fascisti” (tracotanza guerrafondaia) non sarebbero invece da ribattezzare savoiardi o piemontesi.
L’enorme deficit del regno, scrive O’Clery, è dovuto alle spese per mantenere “il più grande esercito d’Europa” e formare “una marina imponente per numero e qualità“, nel tentativo di “recitare il ruolo di grande potenza“.
Quel costoso esercito fù come noto sconfitto dagli austriaci a Custoza, per l’insipienza dell’ “eroe” Lamarmora (ma anche Garibaldi, che proclamò di prendere Monaco “in quindici giorni”, fu bloccato in Trentino da pochi jaeger).
L’enorme flotta corazzata subì a Lissa la nota umiliante sconfitta, contro navi di legno. Poteva mancare il ricorso all’iniqua pressione fiscale?
Non mancò. “Nel Regno delle Due Sicilie la tassazione era, nel 1859, di 14 franchi a testa. Nel 1866, sotto il nuovo regime, le tasse erano salite fino a 28 franchi a testa, il doppio di quanto pagava l’ “oppresso” popolo napoletano prima che Garibaldi venisse a liberarlo”. La tassa sul macinato, bersaglio polemico dei patrioti mazziniani quando l’applicava il governo pontificio, “fù più che raddoppiata ed estesa a tutte le granaglie, perfino alle castagne”.
Causa la fiscalità, vi stupirà sapere che fu necessario organizzare “la lotta all’evasione”?
Fu organizzata, e manovrata dai militari. I contribuenti in arretrato subivano “perquisizioni domiciliari” e durante queste “visite”, che evidentemente duravano giorni e notti, avevano l’obbligo di cedere ai soldati “i letti migliori” nelle loro case.
Ciò non impedì che il Regno restasse sempre in pericolo d’insolvenza. Tanto che i titoli del debito pubblico italiano “si vendono a 33 punti sotto il loro valore nominale”, al contrario del debito napoletano; che “fino al 1866 era così solido, che i suoi titoli si ponevano al disopra del nominale”.
Si dirà il prezzo fu alto, ma almeno il Sud fu raggiunto dalla modernità, i piemontesi portarono un’amministrazione più razionale; saranno stati ottusi, ma erano incorruttibili
No. “La contabilità pubblica si trovava in condizione spaventosa, ordini di pagamento non autorizzati apparivano continuamente nei registri della Corte dei Conti”, e il caos favoriva “malversazioni di ogni genere”.
O’Clery cita: “Nel 1865 il ricevitore generale delle imposte a Palermo fuggi con 70 mila franchi; a Torino fu scoperta una stamperia di tagliandi del debito pubblico e un impiegato delle Finanze, processato per ciò fu assolto … L’anno 1866 portò alla luce le frodi degli impiegati incaricati della vendita dei beni ecclesiastici; a Napoli un alto ufficiale di polizia fu arrestato per essersi appropriato di fondi destinati ai pubblici servizi. Casi simili se ne possono citare all’infinito”, conclude O’Clery: e chissà perché, noi spettatori di Tangentopoli, siamo inclini a credergli sulla parola.
Ma almeno, uno stato militaresco, mise ordine nel disordine pubblico del Meridione? Stroncò la mafia?
Serafico, O’Clery dà la parola alla Guida della Sicilia una guida turistica per inglesi, scritta da un certo Murray, che metteva in guardia: “Le strade siciliane non sono più sicure come al tempo del governo borbonico, il quale, pur con tutti i suoi errori ebbe il merito di rendere le sue strade sicure come quelle del Nord Europa”.
Piacerebbe non crederci, attribuire questi racconti all’animo papalino e “reazionario dello storico”. Purtroppo, qualcosa lo impedisce. L’Italia vista dagli occhi di O’Clery ci appare sinistramente familiare. Per noi lettori del Duemila, l’effetto è un déjà vu.
Fonte: srs di Maurizio Blondet; da UN POPOLO DISTRUTTO
09:06
Scritto da: tonyan1
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14/01/2012
Manifestazione popolare a Potenza!
Questo evento ha bisogno della massima partecipazione da parte di tutti i Patrioti e Briganti vari, per cui vi si chiede di pubblicizzare questa manifestazione che può essere la prima espressione popolare contro i soprusi di questo stato che ci ha venduto alle multinazionali. E' venuto il momento di dire BASTA! Affianchiamoci alla lotta Lucana! I problemi Lucani sono problemi della Napolitania!
da: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=346713825341525&a...
10:55
Scritto da: tonyan1
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